Che cos'è l'attaccamento e perché è importante?




Nel corso degli anni molti autori hanno focalizzato il proprio interesse scientifico sulle relazioni primarie tra il bambino e le figure di accudimento. Tra i vari studiosi che hanno condotto ricerche in questo ambito, John Bowlby è senza dubbio considerato il padre della teoria dell’attaccamento. Il contributo principale di Bowlby è stato quello di concettualizzare questo tipo di legame come avente una duplice funzione: biologica, in quanto mezzo necessario per il soddisfacimento dei bisogni primari e per la sopravvivenza, e psicologica, al fine di garantire conforto, sicurezza interna e regolazione emotiva.

Si può, quindi, definire l’attaccamento come quel legame affettivo, significativo, duraturo e innato che si sviluppa con chi si prende cura di noi e che influenza lo sviluppo della nostra personalità adulta.

La psicologa australiana Briony Leo in un interessante articolo del 2018 dal titolo “What Is Attachment and Why Is It Important?” ha affrontato il tema dell’attaccamento in relazione all’importanza che esso ricopre nel determinare la qualità delle relazioni significative adulte e del benessere psicologico in generale.

L’autrice descrive i principali stili di attaccamento e come questi dipendano dalle esperienze vissute dal bambino nella prima fase della vita e dal tipo di cure ricevute dai caregiver.

Lo stile “sicuro” è tipico delle persone che si sentono a proprio agio nelle relazioni e che hanno fatto esperienza durante l’infanzia di relazioni positive.

Lo stile ansioso è tipico di persone che hanno sperimentato figure di accudimento incostanti e non sempre disponibili e che quindi da adulti tendono a vivere le relazioni come imprevedibili e stressanti.

Lo stile distanziante caratterizza chi ha vissuto con genitori poco accudenti o rifiutanti e da adulto manifesta la tendenza a evitare le relazioni o a viverle in maniera distaccata.

A questi si aggiunge un quarto stile che l’autrice definisce "misto" e che risulta dalla combinazione tra lo stile ansioso e quello distanziante: in tal caso la persona adotta il tipo di strategia più adatta alla situazione in cui si trova e, quindi, alternativamente comportamenti di ipercontrollo o di allontanamento all’interno della relazione.

A questo punto l’autrice riporta alcuni esempi per spiegare come lo stile di attaccamento influenzi le relazioni adulte ed, in generale, la qualità della vita. Tra questi, il caso di Josh:
“Josh aveva uno stile di attaccamento distanziante, in quanto era cresciuto in una famiglia in cui i suoi genitori erano molto impegnati nel lavoro e poco disponibili emotivamente. Ha imparato precocemente a non chiedere aiuto e ad essere indipendente e contare su se stesso. Quando si è sposato e ha avuto dei figli, ha avuto molti problemi con sua moglie, poiché si sentiva soffocare quando lei gli chiedeva supporto emotivo, lo percepiva come troppo freddo con i figli e poco empatico.”

Se da un lato esempi come questo dimostrano, dunque, che conoscere il proprio stile di attaccamento può aiutare a prevedere l’impatto che esso avrà sulle relazioni adulte, dall’altro non è detto che questo stesso stile non possa essere in parte modificato dalle esperienze successive a quelle vissute nella prima fase dello sviluppo. 

A questo proposito l’autrice riporta il seguente caso:
“Brigid aveva un attaccamento di tipo ansioso: dato che il suo ex compagno l’aveva ripetutamente tradita, non riusciva più in alcun modo, a fidarsi del proprio partner. Anche nella relazione successiva era preoccupata dal pensiero che il suo compagno la tradisse, credendo di non essere all’altezza e che potesse lasciarla per un’altra donna. Quando si sentiva attivata, cioè quando aveva un sospetto (ad esempio a causa di un ritardo del fidanzato o controllando il suo telefono), abbiamo lavorato sul rendere Brigid in grado di rilevare quelle emozioni (paura, ansia, impotenza) e non agire su di esse, usando il self-talk per valutare se ci fosse davvero un motivo per cui preoccuparsi nella situazione attuale (quanto è diverso da quello che è successo in passato? Quanto è simile?). Essere in grado di prendere consapevolezza e notare il suo self-talk, le ha reso possibile modificare gradualmente le sue risposte. Col passare del tempo ciò è diventato sempre più facile. E sebbene si sentisse di tanto in tanto ancora attivata, risultava meno angosciante in quanto era in grado di separare il passato dal presente.”


Generalmente le persone che hanno avuto relazioni positive per tutta la vita rientrano in uno stile di attaccamento di tipo sicuro, ma se sperimentano relazioni sentimentali difficili, in cui è stata tradita la fiducia, si potrebbe aver sviluppato uno stile di attaccamento ansioso. Allo stesso modo una relazione davvero buona e solida in cui ci si sente sicuri e protetti, potrebbe avere "guarito" uno stile di attaccamento ansioso o evitante.

In entrambi i casi, la maggior parte delle volte tali meccanismi agiscono in maniera automatica: "sappiamo" che vogliamo allontanarci o aggrapparci ma non siamo veramente sicuri del perché; avvertiamo il bisogno di vicinanza o, al contrario, di autonomia ma non ne siamo consapevoli.

L’autrice a questo punto sostiene quanto sia difficile trovare una soluzione ad un grande rompicapo come questo: come evitare che le nostre esperienze di attaccamento, così “profondamente radicate nella nostra personalità e nel nostro comportamento”, possano agire senza il nostro controllo?

La soluzione risiede nell’acquisire consapevolezza dei contenuti e dei meccanismi che, in funzione delle nostre esperienze di attaccamento passate, agiscono sulle nostre esperienze attuali. Ancora una volta, come spesso avviene in psicoterapia, la consapevolezza di sé, dei propri pensieri e delle proprie emozioni rappresenta una risorsa da cui partire per risolvere uno stato di malessere.

In conclusione, acquisire consapevolezza di sé e soprattutto delle proprie emozioni, non significa ridurre queste ultime sotto il controllo dei processi cognitivi: le emozioni rappresentano il principale indicatore del nostro benessere psicologico e in quanto tali devono essere assecondate e “ascoltate”. Tuttavia, quando qualcosa non va è importante focalizzare l’attenzione su di esse e “contestualizzarle” al momento presente, al fine di comprendere se a determinarle siano effettivamente gli eventi attuali o le esperienze di attaccamento del passato non adeguatamente elaborate ed evolute.

Bowlby affermava che “l’attaccamento è parte integrante del comportamento umano dalla culla alla tomba”: la grande mole di ricerche in campo psicologico ha di certo confermato l’esistenza di una linearità nello sviluppo della persona nell’arco del ciclo di vita. Volendo, tuttavia, individuare un importante risvolto pratico derivante da tale affermazione è necessario riconoscere l’importanza delle proprie risorse per gestire il conflitto interiore che si genera quando gli eventi esterni richiedono un adattamento del nostro stile tipico di interpretazione della realtà e di risposta all’ambiente.



Agnese LOMBARDI
Psicologa e Psicoterapeuta in formazione Serapide-SPEE

Alessia COSTANZIELLO
Psicologa e Psicoterapeuta in formazione Serapide-SPEE

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