Dare un nome alle tue emozioni ti aiuta a stare meglio?
Uno dei capisaldi della psicoterapia è l’idea che parlare delle
proprie emozioni – o anche scriverne – possa aiutare a regolarle.
Gli approcci basati sulla mindfulness, di derivazione buddista, hanno gli stessi obiettivi; l’idea è che se si è “mindful”, o consapevoli, dei propri sentimenti, allora questi non ci sembreranno così forti come prima. Fino a poco tempo fa non era del tutto chiaro il come, o perfino perché, saper riconoscere le proprie emozioni potesse aiutare nella regolazione emotiva. Sembrava un’idea troppo semplice per essere vera. Eppure, le neuroscienze hanno cominciato a fornire delle prove scientifiche che il riuscire a dare un’etichetta alle proprie emozioni abbia una sua utilità. Dire ai propri figli (o al tuo coniuge) di “spiegare a parole loro cosa stanno provando” quando sono turbati potrebbe funzionare nel farli sentire meglio.
Gli approcci basati sulla mindfulness, di derivazione buddista, hanno gli stessi obiettivi; l’idea è che se si è “mindful”, o consapevoli, dei propri sentimenti, allora questi non ci sembreranno così forti come prima. Fino a poco tempo fa non era del tutto chiaro il come, o perfino perché, saper riconoscere le proprie emozioni potesse aiutare nella regolazione emotiva. Sembrava un’idea troppo semplice per essere vera. Eppure, le neuroscienze hanno cominciato a fornire delle prove scientifiche che il riuscire a dare un’etichetta alle proprie emozioni abbia una sua utilità. Dire ai propri figli (o al tuo coniuge) di “spiegare a parole loro cosa stanno provando” quando sono turbati potrebbe funzionare nel farli sentire meglio.
In un articolo recente la dott.ssa Lindquist e colleghi hanno
indagato quali meccanismi neurali entrano in gioco quando alle persone viene o
non viene chiesto di denominare le loro emozioni, mediante una meta-analisi che
ha messo insieme i risultati di 386 studi di neuroimaging sulle emozioni.
Questo significa che ora siamo in grado di identificare quali aree cerebrali si
attivano di più quando si chiede alle persone di identificare le emozioni che
stanno provando. In molti studi, i partecipanti non avevano idea che
l’identificazione delle emozioni potesse avere un effetto sulle emozioni
stesse. In verità, la maggior parte degli studi non erano stati concepiti con
l’obiettivo di testare quest’ipotesi, chiedevano semplicemente di denominare le
emozioni come parte del loro disegno di ricerca (gli obiettivi dello studio
erano, per esempio, quello di controllare se i partecipanti stessero
effettivamente provando determinate emozioni, o di assicurarsi che stessero
prestando attenzione, eccetera).
Questa meta-analisi fornisce, quindi, una grande prova del fatto
che spingere una persona a denominare e classificare le proprie emozioni
modifica l’attività cerebrale mentre si sta provando una determinata emozione.
I risultati del lavoro confermano l’idea che dare un nome alle
emozioni migliora la regolazione emotiva. Quando si richiedeva ai partecipanti
di dare un nome alle emozioni (sia prima di provare effettivamente l’emozione o
mentre l’emozione veniva provata) vi era un’associazione significativa con l’attivazione
di alcune aree cerebrali, come le aree prefrontali e temporali. Queste aree
cerebrali sono responsabili dell’elaborazione del significato dei concetti.
Fermati un attimo a pensare al concetto di “rabbia”: cosa significa? Cosa si prova
quando si esperisce rabbia? In questo momento stai attivando quelle regioni cerebrali.
Ciò significa che anche solo il vedere una parola come “rabbia”, “paura”, o “disgusto”
prima di vedere un’immagine dal significato negativo porta il cervello a
cominciare a ragionare sulle emozioni specifiche e a categorizzare ciò che stai
provando, cercando di dare il giusto significato alle emozioni negative. In
accordo con l’idea che etichettare le proprie emozioni possa aiutare ad abbassare
il loro impatto emotivo su di noi (e quindi a regolarle), oggi si sa che tali
regioni cerebrali sono associate nella regolazione emotiva intenzionale, cioè
quando le persone cercano di “ripensare”, o di “rivalutare” il significato delle
loro risposte emotive ad una data situazione (per esempio: “forse non mi sento
triste per aver perso il lavoro, mi sento sollevato…”).
Al contrario, quando ai partecipanti non era chiesto di
identificare le emozioni, vi era maggiore attività cerebrale nell’amigdala. È
risaputo che l’amigdala è collegata alle emozioni e potrebbe essere
particolarmente implicata quando si provano esperienze intense o di forte
impatto. Sappiamo anche che l’amigdala si attiva in presenza di situazioni o
stimoli ambigui. Questi risultati suggeriscono che quando non si è spinti a
ragionare sulle proprie emozioni si potrebbero provare emozioni più intense ed
è più difficile comprenderle. Coerentemente con quest’interpretazione, la letteratura
scientifica ha dimostrato un’interazione tra le aree prefrontali implicate
nella rappresentazione delle parole e l’amigdala. Più aumenta l’attivazione
delle aree prefrontali durante le esperienze emotive, e minore è l’attivazione
a livello dell’amigdala, e viceversa.
In conclusione, i risultati della meta-analisi hanno evidenziato
le basi neurali del perché dare voce alle proprie emozioni è utile. Insegnare
alle persone ad essere più consapevoli dei loro sentimenti, o migliorare il
modo in cui diamo un’etichetta alle nostre emozioni, riuscendo a percepire e
descrivere ogni sfumatura delle nostre emozioni (potenziando la nostra
intelligenza emotiva) può essere un modo proficuo per tenere a bada le nostre
emozioni. Difatti, i bambini che spiegano a parole loro cosa stanno provando e
che quindi hanno ricevuto un training per potenziale l’intelligenza emotiva
vanno meglio a scuola e hanno delle relazioni più soddisfacenti con i bambini e
gli insegnanti.
La prossima volta che ti senti male, prova a dare un nome a
quell’emozione e a ragionarci su. Potresti sentirti meglio.




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