Le neuroscienze possono aiutare a contrastare il bullismo?



Gli adolescenti che bullizzano i loro coetanei tendono a mostrare un pattern diverso di attività cerebrale in risposta ad alcune espressioni facciali. È il risultato di una nuova ricerca pubblicata su Social Cognitive and Affective Neuroscience, che getta luce sulle basi neurali del comportamento dei bulli e potrebbe essere il punto di partenza per degli interventi anti-bullismo.

Il bullismo è piuttosto comune durante l’adolescenza, e tra il 25 e il 50% dei teenager negli USA hanno riferito di aver bullizzato o di essere stati vittime di bullismo”, afferma l’autore dello studio Johnna R. Swartz, un professore associato dell’University of California, Davis.
Sappiamo anche che essere un bullo o una vittima è associato a scarsa salute mentale. Ero interessato ad esaminare come le misure di funzionamento cerebrale correlassero con lo status di bullo o vittima, cosicché potessimo meglio comprendere quali fattori possano contribuire ad una più alta probabilità di presenza di tali fenomeni.

Swartz e colleghi erano particolarmente interessati ad una regione cerebrale chiamata  amigdala, che gioca un ruolo chiave nell’elaborazione delle informazioni emotive e alla risposta alla minaccia. I ricercatori hanno utilizzato una tecnica di neuroimaging chiamata risonanza magnetica funzionale per esaminare l’attività dell’amigdala in 49 adolescenti mentre questi erano intenti a svolgere un compito di riconoscimento delle emozioni facciali.
Hanno scoperto che gli adolescenti che avevano atteggiamenti da bullo (come nell’escludere volontariamente un coetaneo dal gruppo o mettere in giro false notizie sul conto di altri) tendevano a mostrare un aumento dell’attività dell’amigdala in risposta a volti arrabbiati, mentre mostravano un’attività ridotta a carico dell’amigdala in risposta a volti impauriti.
Un’aumento dell’attività dell’amigdala in risposta a volti arrabbiati potrebbe suggerire che questi adolescenti siano più sensibili a segnali di rabbia provenienti da altre persone, mentre un’attività un’attività ridotta a carico dell’amigdala in risposta ad espressioni di paura potrebbe essere associata a bassa empatia. Questa combinazione sembrerebbe essere associata ad un comportamento da bullo. Questi risultati possono aiutarci a comprendere il perché alcuni adolescenti tendano ad avere più atteggiamenti da bullo rispetto ad altri”.
I ricercatori hanno anche scoperto che l’attività funzionale dell’amigdala, sia in risposta alle espressioni di rabbia che di paura, era associata con livelli più bassi di vittimizzazione.
Lo studio, comunque, come tutte le ricerche, presenta alcuni limiti.
Una delle problematiche maggiori dello studio è che è uno studio trasversale, cioè l’attività dell’amigdala e le misure di comportamento da bullo sono state raccolte nello stesso periodo di tempo. Ciò significa che non è chiaro se questo pattern di attività cerebrale sia causa di comportamenti identificati come bullismo, o se sono i comportamenti da bullo a causare modifiche nell’attività cerebrale”, ha affermato Swartz. Serviranno, dunque, studi longitudinali per confermare o meno quest’ipotesi, che se dovesse essere verificata potrebbe avere dei risvolti pratici ed applicativi. Per esempio, potrebbe essere utile impostare training specifici negli individui a rischio per potergli insegnare ad interpretare gli stimoli ambigui a livello delle espressioni facciali, per poterle interpretare in maniera meno ostile. Ciò potrebbe aiutare a ridurre i comportamenti legati al bullismo."

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